Religione e fantascienza

Esiste un legame stretto fra religione e fantascienza, lo sostengo da molto tempo. E questo racconto di Asimov, tratto da “Tutti i miei robot”, esemplifica esattamente quello che intendo. 

Essere razionale

Titolo originale: Reason (1941)

Sei mesi dopo Powell e Donovan avevano cambiato idea. Le fiamme roventi di un sole gigantesco avevano lasciato il posto alla dolce oscurità dello spazio, ma il variare delle condizioni esterne incideva ben poco quando si era alle prese con i robot sperimentali e i loro ingranaggi. Qualunque fosse l’ambiente, si trattava di sondare le profondità imperscrutabili di un cervello positronico, che secondo i geni del regolo calcolatore avrebbe dovuto funzionare in questo e quel modo.

Ma in realtà il modo non era esattamente questo e quello. Powell e Donovan l’avevano scoperto dopo meno di due settimane che si trovavano sulla stazione.

Gregory Powell scandì le parole per dare maggior enfasi alla frase. «Una settimana fa, Donovan e io ti abbiamo costruito.» Corrugò la fronte con aria dubbiosa e si tormentò i baffi scuri.

Nella sala ufficiali della stazione spaziale numero 5 il silenzio era rotto solo dal lieve ronzio del potente Emissore di Raggi, che si trovava da qualche parte a un livello molto più profondo.

Il robot QT-1 sedeva immobile. Le lamine brunite del suo corpo brillavano alla luce dei luxiti e gli occhi rossi scintillanti, costituiti da cellule fotoelettriche, erano fissi sul terrestre seduto all’altro capo del tavolo.

Powell represse a stento un improvviso attacco di nervi. Quei robot avevano un cervello molto particolare. Oh, certo, le Tre Leggi della robotica restavano perfettamente valide, non poteva essere altrimenti. Su quello sarebbero stati pronti a giurare tutti quanti alla U.S. Robots, dallo stesso Robertson all’ultima donna delle pulizie. Quindi i QT-1 non presentavano problemi, dal punto di vista della sicurezza. Tuttavia si trattava di modelli nuovi, e quello seduto nella stanza era il primo della serie. I fogli pieni di scarabocchi matematici non rappresentavano sempre la migliore delle garanzie, davanti alla realtà dei fatti.

Alla fine il robot parlò con il freddo timbro caratteristico dei diaframmi metallici. «Ti rendi conto della gravità di una simile affermazione, Powell?»

«Qualcosa ti avrà pure costruito, Cutie» osservò Powell. «Tu stesso ammetti che la tua memoria, in tutta la sua completezza, sembra essere affiorata dal nulla assoluto una settimana fa. Io ti sto spiegando il fenomeno. Donovan e io ti abbiamo montato usando i componenti che ci sono stati spediti.»

Cutie si guardò le lunghe dita flessibili, ostentando un atteggiamento stranamente umano da cui trapelava perplessità. «Ho l’impressione che debba esistere una spiegazione più soddisfacente di questa. Che tu abbia creato me mi sembra improbabile.»

Powell si mise a ridere. «E perché mai, santa Terra?»

«Chiamala intuizione. Per ora posso definirla solo così. Ma intendo arrivare alle giuste conclusioni con il ragionamento. Una catena di ragionamenti validi non può che portare alla determinazione della verità. Ed è lì che voglio arrivare.»

Powell si alzò e andò a sedersi sull’orlo del tavolo, vicino al robot. D’un tratto provò un forte moto di simpatia per quella strana macchina. Non somigliava per niente ai soliti robot che svolgevano alla stazione le loro particolari incombenze con lo zelo dettatogli dal solido schema dei circuiti positronici.

Posò una mano sulla spalla di acciaio di Cutie. Il metallo era freddo e duro al tatto.

«Cutie» disse, «vorrei spiegarti una cosa. Tu sei il primo robot che si interroga sulla propria esistenza. E credo che tu sia anche il primo abbastanza intelligente da capire la realtà esterna. Su, vieni con me.»

Il robot si alzò con scioltezza e seguì Powell. Le piante dei piedi, coperte da uno spesso strato di gommapiuma, non facevano alcun rumore sul pavimento. Powell premette un bottone e una sezione rettangolare della parete si spostò da un lato. Di là dal vetro spesso e trasparente comparve lo spazio, punteggiato di stelle.

«Ho già visto questo scenario dagli oblò di osservazione della sala macchine» disse Cutie.

«Lo so» disse Powell. «Che cosa pensi che sia?»

«Esattamente quello che appare: di là da questo vetro c’è una materia nera in mezzo alla quale sono disseminati numerosi puntolini scintillanti. So che il nostro emissore spedisce dei raggi in direzione di alcuni punti, sempre gli stessi. E anche che tali punti si spostano e che i raggi si spostano con essi. Tutto qui.»

«Bene. Ora ascoltami attentamente. L’oscurità è costituita dal vuoto, un vuoto immenso che si estende all’infinito. I piccoli punti luminosi sono enormi masse di materia cariche di energia. Sono corpi sferici, alcuni dei quali hanno un diametro di milioni di chilometri. Sappi, se vuoi fare un confronto, che questa stazione ha un diametro di solo un chilometro e mezzo. Sembrano minuscoli perché sono incredibilmente lontani.

«I punti verso i quali sono diretti i nostri raggi di energia sono più vicini e assai più piccoli. Si tratta di corpi celesti solidi e freddi, e gli esseri umani come me, miliardi di esseri umani come me, vivono sulla loro superficie. È da uno di quei mondi che veniamo Donovan e io. I nostri raggi forniscono a tali mondi l’energia ricavata da uno di quegli immensi globi incandescenti, un globo, per inciso, che si trova vicino a noi. Noi lo chiamiamo Sole. Si trova dall’altra parte della stazione, per cui non puoi vederlo.»

Cutie rimase immobile davanti all’oblò, come una statua d’acciaio. Parlò senza girare la testa. «E da quale punto luminoso saresti venuto, tu?»

«Da quello» disse Powell, dopo aver cercato un attimo. «Quello particolarmente luminoso, nell’angolo laggiù. Lo chiamiamo Terra.» Sorrise. «Cara vecchia Terra. Sulla sua superficie vivono tre miliardi di esseri umani come me, Cutie. E fra circa due settimane ci sarò anch’io, tra loro.»

D’un tratto, curiosamente, Cutie si mise a canticchiare fra sé. Non era una vera e propria melodia; sembrava piuttosto un suono di corde pizzicate a caso. Poi il canto cessò repentinamente com’era cominciato. «Ma io come ci entro in questa storia, Powell? Non hai ancora spiegato la mia esistenza.»

«Oh, il resto è semplice. Quando furono messe in orbita per fornire energia solare ai pianeti, queste stazioni erano mantenute in funzione da esseri umani. Ma il forte calore, le intense radiazioni solari e le tempeste elettroniche costituivano un grosso problema. Vennero allora costruiti robot capaci di sostituire la manodopera umana, e adesso a ciascuna stazione occorrono solo due uomini incaricati di svolgere compiti direttivi. Stiamo cercando di rimpiazzare anche questi, ed è qui che entri in scena tu. Sei il robot più sofisticato che sia mai stato messo a punto e se ti dimostri capace di far funzionare questa stazione senza bisogno del nostro aiuto, nessun umano dovrà più venire qua, altro che per portare pezzi di ricambio per le riparazioni.»

Powell sollevò una mano e il paravento di metallo tornò al suo posto. Poi si avvicinò di nuovo al tavolo, pulì una mela strofinandola contro una manica e la addentò.

Il robot lo fissò con i suoi occhi rossi scintillanti. «Non pretenderai mica che creda a un’ipotesi così astrusa e poco plausibile come quella che hai appena formulato?» disse, scandendo le parole. «Per chi mi hai preso?»

Powell sputò un pezzo di mela sul tavolo e si fece rosso in viso. «Per la miseria, non ti ho esposto un’ipotesi. Ti ho esposto i fatti!»

«Sfere di energie del diametro di milioni di chilometri!» replicò Cutie, cupo. «Mondi abitati da miliardi di esseri umani! Un vuoto che si estende all’infinito! Scusa, Powell, ma non ci credo. Risolverò il problema da solo. Ci vediamo.»

Si voltò e uscì impettito dalla stanza. Sulla soglia incontrò Michael Donovan, lo salutò serio con un cenno della testa e imboccò il corridoio, incurante dello sbalordimento che aveva appena provocato.

Mike Donovan si passò una mano tra i capelli rossi e buttò a Powell un’occhiata seccata. «Di cosa stava parlando quel deposito di rottami ambulante? A cos’è che non crede?»

Powell si tormentò i baffi con aria cupa. «È scettico» disse, amareggiato. «Non crede che l’abbiamo costruito noi, né che esistano la Terra, lo spazio e le stelle.»

«Per Saturno, abbiamo per le mani un robot pazzo!»

«Dice che vuole risolvere il problema da solo.»

«Ah sì?» fece Donovan, divertito. «Spero proprio che si degnerà di spiegarmi la sua teoria, dopo che l’avrà elaborata.» Poi, preso da furia improvvisa, sbottò: «Senti, se quell’ammasso di metallo avrà l’impudenza di snocciolarmi le sue teorie, gli staccherò di netto quella testaccia cromata!».

Si lasciò cadere pesantemente su una sedia e tirò fuori dalla tasca interna della giacca un romanzo giallo. «Quel robot in ogni caso mi dà proprio sui nervi. Fa troppe domande.»

Mike Donovan brontolò qualcosa da dietro un enorme panino ripieno di pomodoro e insalata quando Cutie bussò piano alla porta ed entrò.

«C’è Powell?»

Donovan rispose con voce gutturale tra un boccone e l’altro. «Sta raccogliendo dati sulle funzioni delle correnti elettroniche. Sembra che stia per arrivare una tempesta.»

Proprio in quella Gregory Powell entrò con gli occhi fissi sul tabulato che aveva in mano, e si lasciò cadere su una sedia. Spiegò per bene il foglio e cominciò a scarabocchiare alcuni calcoli. Donovan continuò con espressione vacua a mangiare il panino, senza curarsi delle briciole che cadevano sul tavolo. Cutie aspettò in silenzio.

Powell alzò gli occhi. «Il potenziale Zeta sta salendo, ma lentamente. Nonostante questo le funzioni di corrente sono irregolari e non so cosa possiamo aspettarci. Oh ciao, Cutie. Credevo che stessi controllando l’impianto della nuova barra di comando.»

«L’ho già controllato» disse il robot, tranquillo, «così sono venuto a fare quattro chiacchiere con voi.»

«Oh!» fece Powell, imbarazzato. «Bene, siediti pure. No, non su quella sedia. Ha una gamba zoppa e tu non sei un peso piuma.»

Il robot obbedì e disse, serafico: «Sono arrivato a una conclusione».

Donovan lo guardò torvo e mise da parte quel che restava del panino. «Se si tratta di una di quelle menate…»

Powell, con impazienza, gli fece cenno di tacere. «Di’ pure, Cutie, che ti stiamo ad ascoltare.»

«In questi ultimi due giorni mi sono analizzato attentamente» disse il robot, «e i risultati delle mie riflessioni sono molto interessanti. Ho cominciato dall’unica ipotesi certa che mi sono sentito in grado di formulare. Io esisto perché penso…»

«Giove santo» gemette Powell. «Un robot Cartesio!»

«Chi è Cartesio?» chiese Donovan. «Senti, dobbiamo proprio stare qui ad ascoltare questo pazzoide di metallo?»

«Insomma basta, Mike!»

Cutie continuò imperturbabile. «E la domanda che mi sono immediatamente rivolto è questa: qual è la causa della mia esistenza?»

Powell strinse le mascelle. «Ti stai comportando in modo stupido. T’ho già detto che siamo stati noi a costruirti.»

«E se non ci credi» aggiunse Donovan, «saremo lieti di smantellarti!»

Il robot aprì le mani a ventaglio in un gesto di disapprovazione. «Non accetto spiegazioni assurde solo perché mi siete gerarchicamente superiori. Ogni teoria deve avere un suo supporto razionale, altrimenti non è valida. E che mi abbiate creato voi è un’ipotesi che contrasta con tutti i principi della logica.»

Powell cercò di calmare Donovan, che aveva stretto le mani a pugno, sfiorandogli un braccio. «Perché dici così?»

Cutie si mise a ridere. Era una risata molto poco umana, il suono più meccanico che avesse mai prodotto con la bocca: acuto ed esplosivo, e preciso e scandito come il ticchettio di un metronomo.

«Guardatevi!» disse alla fine. «Lungi da me ogni disprezzo, s’intende, ma guardatevi un po’! Siete fatti di un materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile, che è costretto per alimentarsi a dipendere dall’ossidazione alquanto inefficace di materia organica… come quella.» Indicò con disapprovazione ciò che restava del panino di Donovan. «A periodi alterni entrate in una specie di coma e la minima variazione di temperatura, di pressione atmosferica, di percentuale di umidità e di livello di radiazioni pregiudica la vostra efficienza. Siete solo prodotti di ripiego. Io invece sono un prodotto finito. Assorbo energia elettrica direttamente e la utilizzo con un rendimento che è quasi del cento per cento. Ho una struttura di metallo molto forte, non cado mai in stato di incoscienza e posso sopportare facilmente condizioni ambientali critiche. Se si parte dall’assioma lapalissiano che nessun essere può crearne un altro ad esso superiore, questi sono tutti fatti che riducono in cenere la vostra assurda teoria.»

Donovan scattò in piedi accigliato, mormorando imprecazioni che crebbero a mano a mano di intensità fino a diventare perfettamente udibili. «E va bene, figlio di un ammasso di ferraglie. Se non ti abbiamo creato noi, chi ti ha creato?»

Cutie annuì, serio. «Bravo, Donovan. Questa è proprio la domanda che mi sono posto subito dopo avere sgretolato la vostra ipotesi. È chiaro che il mio creatore dev’essere più potente di me, e resta quindi un’unica possibilità.»

I due terrestri lo guardarono con espressione vacua. «Qual è il centro di ogni attività, qui alla stazione?» continuò il robot. «Che cos’è che tutti noi serviamo? Che cosa assorbe completamente la nostra attenzione?» Cutie fece una pausa, aspettando la risposta.

Donovan, sbalordito, si girò verso Powell. «Scommetto che questa testa di cavolo meccanica sta parlando del Convertitore d’Energia.»

«È così, Cutie?» sorrise Powell.

«Sto parlando del Padrone» fu la risposta fredda e brusca.

Donovan scoppiò a ridere fragorosamente, e anche Powell trattenne a stento i singulti.

Cutie si alzò in piedi e guardò ora l’uno ora l’altro terrestre con i suoi occhi scintillanti. «Che vi piaccia o no, le cose stanno così, e non mi stupisce il vostro scetticismo. Voi due non rimarrete qui a lungo, ne sono certo. Sei stato proprio tu, Powell, a dire che in un primo tempo solo gli uomini servivano il Padrone, che poi i robot furono destinati al lavoro di ordinaria amministrazione e che infine sono subentrato io per le funzioni di controllo. Sono fatti indubbiamente veri, ma la spiegazione da te data è del tutto illogica. Volete che vi dica qual è la verità che si nasconde dietro l’intera faccenda?»

«Sì, sì, Cutie. Sei proprio spassoso.»

«Il Padrone ha creato dapprima gli umani, esseri inferiori cui era più facile dare vita. A poco a poco li ha sostituiti con i robot, che si trovavano già un gradino più su. E alla fine ha creato me, affidandomi il compito di rimpiazzare gli ultimi umani. Da ora in avanti, sarò io a servire il Padrone.»

«Scordatelo» disse Powell, brusco. «Tu obbedirai ai nostri ordini senza tante storie, finché non saremo sicuri che sia in grado di far funzionare il Convertitore. Capito bene? Il Convertitore, non il Padrone. Se non saremo soddisfatti di te, ti smantelleremo. E adesso, se non ti spiace, puoi anche andartene. Ah, prendi con te questi dati e provvedi ad archiviarli.»

Cutie prese il tabulato che Powell gli porse e uscì senza proferire verbo. Donovan si appoggiò allo schienale della sedia e si passò una mano tra i capelli.

«Mi sa che quel robot ci procurerà qualche guaio. È matto da legare.»

Il ronzio monotono del Convertitore era più forte, nella sala di controllo, e si mescolava al ticchettio dei contatori Geiger e al rumore secco e irregolare di una mezza dozzina di spie luminose.

Donovan si ritrasse dal telescopio e accese i luxiti. «Il raggio proveniente dalla stazione numero quattro ha raggiunto Marte al momento stabilito. Adesso possiamo far partire il nostro.»

Powell annuì, distratto. «Cutie è giù in sala macchine. Gli trasmetterò il segnale luminoso e si occuperà lui della faccenda. Senti, Mike, cosa ne pensi di queste cifre?»

Donovan vi buttò un’occhiata e lasciò andare un fischio. «Caro mio, io questa la chiamo intensità di raggi gamma. Il buon vecchio Sole è un po’ su di giri, eh?»

«Già» rispose Powell, aspro, «e siamo anche in una brutta posizione per una tempesta elettronica. Il nostro raggio diretto verso la Terra credo si trovi giusto in mezzo alla sua rotta.» Scostò la sedia dal tavolo con un gesto di irritazione. «Per la miseria! Se solo scoppiasse dopo che ci saranno venuti a dare il cambio… ma arriveranno tra una decina di giorni. Senti, Mike, vai giù a dare un’occhiata a Cutie, eh?»

«Va bene. Tirami uno di quei sacchetti di mandorle.» Afferrò al volo il sacchetto lanciatogli da Powell e si diresse all’ascensore.

L’ascensore scese silenzioso ai livelli più bassi e si aprì davanti a una stretta passerella che correva lungo l’enorme sala macchine. Donovan si appoggiò alla ringhiera e guardò giù. I possenti generatori erano in funzione e dai condotti L proveniva il ronzio sordo diffuso in tutta la stazione.

Individuò la sagoma grande e luccicante di Cutie vicino al condotto L che riforniva Marte. Cutie stava sorvegliando la squadra di robot, che lavorava con perfetto sincronismo.

Un attimo dopo Donovan s’irrigidì. I robot, che apparivano piccoli accanto all’enorme condotto L, si allinearono davanti ad esso e chinarono la testa ad angolo retto, mentre Cutie li passava lentamente in rassegna. Dopo una quindicina di secondi i robot si inginocchiarono, producendo un clangore che superò in intensità il forte ronzio delle macchine.

Donovan lanciò un grido e si precipitò giù per la scaletta. Corse verso i robot come una furia, agitando i pugni e con il viso dello stesso colore dei capelli.

«Cosa diavolo state facendo, ammassi di ferraglie senza cervello? Avanti, sbrigatevi con quel condotto L! Se non lo smontate, pulite e rimontate entro oggi, vi coagulo i circuiti positronici con la corrente alternata!»

Non un solo robot si mosse.

Anche Cutie, che era l’unico in piedi al termine della fila, rimase zitto a fissare gli scuri recessi dell’immensa macchina che gli stava davanti.

Donovan diede uno spintone al robot più vicino.

«Alzati!» ruggì.

Il robot obbedì senza fretta, guardando il terrestre con aria di disapprovazione.

«Non c’è altro Padrone all’infuori del Padrone» disse, «e QT-1 è il suo profeta.»

«Cosa?» Donovan si accorse che venti paia di occhi fotoelettrici lo fissavano, e dopo un attimo sentì venti voci dal timbro metallico dichiarare solennemente:

«Non c’è altro Padrone all’infuori del Padrone, e QT-1 è il suo profeta!»

«Temo» intervenne Cutie «che i miei amici obbediscano adesso a un essere ben superiore a te.»

«Col cavolo! Fuori di qui, con te farò i conti dopo. Con questi aggeggi animati invece li farò subito.»

Cutie scosse lentamente il testone metallico. «Scusami, ma non credo che tu abbia capito. Questi sono robot, cioè esseri pensanti. Riconoscono il loro Padrone, ora che ho predicato loro la Verità. Tutti quanti lo riconoscono e mi considerano il suo profeta.» Chinò la testa. «Certo non sono degno di tanto onore, ma forse…»

Donovan ritrovò il fiato e lo usò immediatamente. «Ah è così che stanno le cose? Davvero divertente! Proprio spassoso, sì. Ma lascia che ti dica una cosa, brutto babbuino cromato. Non c’è nessun Padrone, non c’è nessun profeta e non c’è nessun dubbio su chi debba dare ordini. Capito bene?» Alzò la voce fino a esplodere in un ruggito. «E adesso fuori di qui!»

«Io obbedisco soltanto al Padrone.»

«Al diavolo il Padrone!» Donovan sputò sul condotto L. «Ecco cosa si merita il Padrone. Fa’ come ti dico!»

Cutie e gli altri robot tacquero, ma Donovan capì che la tensione stava aumentando. Gli occhi freddi che lo fissavano diventarono di un rosso cupo e Cutie appariva più rigido che mai.

«Sacrilegio» sussurrò il robot, con la sua voce metallica che tradiva questa volta qualcosa di simile a un’emozione.

Donovan cominciò ad avvertire la prima fitta di paura quando vide che Cutie gli si avvicinava. Un robot non poteva provare rabbia, ma lo sguardo di Cutie era indecifrabile.

«Mi dispiace, Donovan» disse il robot, «ma non puoi più restare qui dopo quanto è successo. Di conseguenza tu e Powell da questo momento in poi non avrete più accesso alla sala comandi e alla sala macchine.»

Levò la mano in un gesto pacato e un attimo dopo due robot bloccarono Donovan, tenendogli le braccia inchiodate ai fianchi.

Donovan ebbe appena il tempo di lasciarsi sfuggire un’esclamazione di sorpresa. Si sentì sollevare dal pavimento e trasportare su per le scale in tutta fretta.

Gregory Powell camminava su e giù per la sala ufficiali con le mani strette a pugno. Buttò un’occhiata di furiosa impotenza alla porta chiusa e guardò torvo Donovan.

«Perché diavolo hai sputato sul condotto L?»

Mike Donovan, sprofondato nella poltrona, tempestò di pugni i braccioli. «Cos’altro potevo fare con quello spaventapasseri elettronico? Non vorrai mica che mi sottometta alla volontà di un aggeggio artificiale che io stesso ho costruito!»

«No» disse Powell, cupo, «ma come risultato eccoti qui nella sala ufficiali con due robot che fanno la guardia davanti alla porta. Questa non è sottomissione?»

Donovan sbuffò. «Aspetta che torniamo alla Base. Qualcuno la pagherà cara. Quei robot devono obbedirci. Lo impone la Seconda Legge.»

«Già, ma a cosa serve ripeterlo? Tanto non ci obbediscono. E probabilmente un motivo c’è, anche se magari lo capiremo troppo tardi. A proposito, hai un’idea di che cosa accadrà a noi quando saremo tornati alla Base?» Si fermò davanti alla poltrona di Donovan e lo fissò stralunato.

«No. Cosa?»

«Oh, niente di particolare! Ci rispediranno solo alle miniere di Mercurio, dove resteremo una ventina d’anni. O forse preferiranno mandarci al penitenziario di Cerere.»

«Cosa diavolo dici?»

«Ti sei dimenticato che sta per arrivare la tempesta elettronica? Lo sai che sta puntando esattamente contro il raggio destinato alla Terra? Me n’ero giusto accorto quando quel robot mi ha obbligato ad alzarmi dalla sedia.»

Donovan di colpo impallidì. «Per Saturno!»

«E lo sai cosa succederà al raggio, con una tempesta che si prospetta spaventosa? Comincerà a saltare come una pulce con la scabbia. E visto che ci sarà solo Cutie ai comandi, devierà dal suo obiettivo. Con quali conseguenze per la Terra e per noi puoi immaginare.»

Powell era ancora a metà discorso quando Donovan si precipitò verso la porta, dandole strattoni furiosi. La porta si aprì e Donovan corse fuori, solo per andare a sbattere contro un solido braccio d’acciaio.

Il robot fissò distratto il terrestre, che cercava ansimando di divincolarsi. «Il profeta vi ordina di restare nella stanza e siete pregati di obbedire.» Spinse indietro Donovan, che arretrò barcollando. Proprio in quella comparve Cutie, in fondo al corridoio. Fece cenno ai guardiani di allontanarsi, entrò nella sala ufficiali e chiuse piano la porta.

Donovan, indignato e ansimante, si girò di scatto verso di lui. «Questo è troppo, veramente! La pagherai cara, questa tua pantomima.»

«Ti prego, non prendertela» disse il robot in tono gentile. «Era inevitabile che le cose finissero così. Vedete, la vostra funzione qui è conclusa?»

«Scusa tanto» interloquì Powell, drizzando la schiena. «Come sarebbe a dire che la nostra funzione è conclusa?»

«Finché non sono stato creato io» rispose Cutie, «eravate voi a servire il Padrone. Quel privilegio adesso spetta a me e l’unica ragione della vostra esistenza è venuta meno. Non è ovvio?»

«Non proprio» replicò Powell, aspro, «ma noi due cosa dovremmo fare adesso, secondo te?»

Cutie non rispose subito. Rimase in silenzio, come riflettendo, poi circondò con un braccio le spalle di Powell. Con l’altro braccio afferrò Donovan per un polso e lo tifò a sé.

«Voi mi siete simpatici. Siete creature inferiori, con scarse facoltà razionali, ma provo per voi un certo affetto, un affetto sincero. Avete servito bene il Padrone e lui vi ricompenserà. Adesso che il vostro compito è terminato, probabilmente non vivrete ancora a lungo, ma finché vivrete vi saranno dati cibo, vestiti e un riparo sicuro. Sempre che stiate lontani dalla sala comandi e dalla sala macchine.»

«Ci sta mandando in pensione, Greg!» urlò Donovan. «Dài, fa’ qualcosa. È umiliante!»

«Senti, Cutie, ciò che dici è inammissibile. Siamo noi che comandiamo, qui. Questa è solo una stazione spaziale, creata da esseri umani come me, esseri umani che vivono sulla Terra e su altri pianeti. E la stazione è solo un trasmettitore di energia. Quanto a te, sei solo un… oh, al diavolo!»

Cutie scosse la testa, serio. «La vostra è proprio un’ossessione. Perché insistete con questa visione completamente falsa della vita? D’accordo che i non robot mancano delle facoltà razionali, ma resta sempre il problema di…»

S’interruppe, piombando in un silenzio riflessivo, e Donovan ne approfittò per sussurrare, in modo perfettamente udibile: «Se solo avessi una faccia di carne e sangue, te la spaccherei volentieri».

Powell strinse gli occhi e si tormentò i baffi. «Senti, Cutie, se la Terra non esiste, come spieghi lo scenario che vedi attraverso il telescopio?»

«Come, scusa?»

Powell sorrise. «Ti ho preso in castagna, eh? Da quando ti abbiamo montato hai osservato varie volte lo spazio con il telescopio, Cutie. Hai notato che molti di quei puntolini di luce diventano dischi dai contorni definiti quando li si guarda attraverso l’obiettivo?»

«Ah, parlavi di quello. Be’ sì, certo. Si tratta solo di un ingrandimento che ha lo scopo di facilitare le cose quando si punta il raggio.»

«Come mai allora le stelle non vengono ingrandite allo stesso modo?»

«Intendi riferirti agli altri punti? Be’, nessun raggio viene diretto ad essi, per cui non è necessario ingrandirli. Sai, Powell, perfino tu dovresti riuscire a capire un concetto del genere.»

Powell buttò gli occhi al cielo, con aria cupa. «Ma attraverso il telescopio vedi più stelle di quelle che noti a occhio nudo. Da dove vengono? Da dove vengono, Giove santo?»

«Senti, Powell» fece Cutie, seccato, «credi proprio che io sia disposto a perdere tempo nel vano tentativo di imbastire una qualche spiegazione fisica per tutte le illusioni ottiche create dai nostri strumenti? Da quando in qua le effimere dimostrazioni offerte dai sensi possono reggere il confronto con le solide, lucide argomentazioni della ragione?»

«Ascolta un po’ una cosa» gridò di colpo Donovan, sottraendosi all’abbraccio amichevole ma pesante di Cutie. «Veniamo al nocciolo della questione. Perché esistono i raggi? Noi ti abbiamo dato una spiegazione logica, perfettamente valida. Puoi fare di meglio, tu?»

«I raggi» rispose il robot, secco, «sono emessi dal Padrone per i suoi scopi.» Alzò gli occhi al cielo, con aria rapita. «Vi sono cose che non sta a noi indagare. In questo campo io cerco solo di servire, senza fare domande.»

Powell si accomodò sulla sedia e si prese la faccia tra le mani tremanti. «Vattene di qui, Cutie. Vattene e lasciami pensare.»

«Vi manderò qualcosa da mangiare» disse Cutie, con condiscendenza.

Un gemito fu l’unica risposta, e il robot se ne andò.

«Greg» sussurrò Donovan, rauco, «dobbiamo elaborare una strategia. Bisogna riuscire a prènderlo alla sprovvista e a mettergli fuori uso i circuiti. Un po’ di acido nitrico concentrato nelle giunture…»

«Non dire sciocchezze, Mike. Come puoi pensare che ci permetta di avvicinarci a lui con l’acido in mano? Dobbiamo parlargli, credimi. Dobbiamo convincerlo con le buone a farci entrare di nuovo nella sala comandi. E se non ci riusciremo entro quarantott’ore, saremo fritti.»

Si dondolò nella sedia, tormentato da un senso d’impotenza. «Ma come diavolo si può aver voglia di discutere con un robot? È… è…»

«Mortificante» finì Donovan per lui.

«Peggio!»

«Ehi, un attimo!» disse Donovan, mettendosi di colpo a ridere. «Altro che discutere! Facciamogli vedere chi siamo. Costruiamo un altro robot proprio sotto i suoi occhi. Così sarà costretto a rimangiarsi quel che ha detto.»

Powell accennò un sorriso che a poco a poco diventò sempre più ampio.

«E pensa» continuò Donovan, «alla faccia che farà quel mentecatto quando assisterà alla scena!»

I robot sono naturalmente costruiti sulla Terra, ma spedirli nello spazio è molto più semplice se vengono smontati nei vari componenti e poi rimessi insieme appena giunti a destinazione. Questo tra l’altro elimina il pericolo che robot già montati e in funzione si allontanino dalla fabbrica girovagando per la Terra, un’eventualità che, data la severa legislazione terrestre in merito all’argomento automi, metterebbe nei guai la U.S. Robots.

Una prassi del genere però costringeva uomini come Powell e Donovan ad affrontare il compito penoso e difficile di comporre insieme i vari pezzi.

Della gravità di quel compito Powell e Donovan si resero particolarmente conto il giorno in cui, nella sala di montaggio, si sobbarcarono all’impresa di creare un robot sotto gli occhi attenti di QT-1, profeta del Padrone.

Il robot da montare, un semplice modello MC, giaceva sul tavolo ed era ormai quasi completo. Dopo tre ore di lavoro c’era da applicare solo la testa. Powell fece una breve pausa per asciugarsi la fronte e buttò un’occhiata incerta a Cutie.

Ciò che vide non lo rassicurò. Da tre ore Cutie sedeva in silenzio, immobile, e il suo viso, costantemente inespressivo, era più che mai impenetrabile.

Powell sospirò. «Inseriamo il cervello, Mike.»

Donovan aprì un contenitore accuratamente sigillato e trasse dal bagno d’olio un secondo cubo. Aprì anche quello e dall’imbottitura di gommapiuma tirò fuori un oggetto sferico.

Lo maneggiò con estrema cautela, perché era il meccanismo più complesso che l’uomo avesse mai creato. Dentro la sottile “pelle” costituita da lamine di platino c’era un cervello positronico nella cui struttura sofisticata e instabile erano impressi precisi circuiti neuronici che fornivano a ciascun robot l’equivalente di un’istruzione prenatale.

Il cervello si incastrò perfettamente nella cavità del cranio del robot. L’apertura fu chiusa da una lamina di metallo azzurrastro, che venne saldata con una piccola torcia atomica. Powell e Donovan applicarono con cura gli occhi fotoelettrici, e dopo che li ebbero avvitati li coprirono con sottili lamelle trasparenti di plastica dura come l’acciaio.

Il robot aveva solo bisogno ormai del lampo vitalizzante dell’energia ad alto voltaggio. Powell posò la mano sul pulsante e si girò verso Cutie.

«Ora guarda, Cutie. Guarda bene.»

Il pulsante venne premuto e si udì un ronzio crepitante. I due terrestri si chinarono ansiosi sulla loro creatura.

All’inizio il movimento fu appena percettibile: giusto un lieve sussulto all’altezza delle giunture. Poi il modello MC alzò la testa, si puntellò sui gomiti e scese goffamente dal tavolo. Aveva un’andatura ondeggiante e quando provò a parlare, gli uscirono di bocca solo dei suoni inarticolati.

Alla fine la sua voce, incerta ed esitante, uscì fuori distintamente. «Vorrei cominciare a lavorare. Dove devo andare?»

Donovan corse alla porta. «Scendi giù da queste scale» disse. «Ti sarà poi detto cosa devi fare.»

Il modello MC si dileguò e i due terrestri rimasero in compagnia di Cutie, che non si era mosso.

«Bene» disse Powell, sorridendo. «Ci credi, adesso, che siamo stati noi a costruirti?»

Cutie rispose secco, senza incertezze. «No.»

Il sorriso di Powell, dopo il primo attimo di sbalordimento, si spense a poco a poco. Donovan rimase a bocca aperta e non la richiuse che dopo un certo tempo.

«Vedete» continuò tranquillo Cutie, «non avete fatto altro che montare parti già costruite. Siete stati molto abili e, visto che non possedete facoltà razionali, immagino vi abbia guidato l’istinto. Ma in realtà non avete creato il robot. I componenti sono stati creati dal Padrone.»

«Senti» borbottò Donovan, rauco, «quei componenti sono stati fabbricati sulla Terra e spediti qui.»

«Sì, sì» replicò Cutie, conciliante, «non mettiamoci a discutere.»

«Ma io dico sul serio!» Donovan si slanciò in avanti e afferrò il robot per un braccio. «Se tu leggessi i libri che ci sono in biblioteca, capiresti che è la pura verità e non avresti più dubbi.»

«I libri? Li ho letti tutti. Le teorie che espongono sono molto ingegnose.»

«Se li hai letti» intervenne Powell, «cos’altro c’è da dire? Non puoi contestare le prove che portano. Non puoi proprio!»

«Ti prego, Powell» disse Cutie, quasi con pietà. «Non vorrai che consideri quei libri una valida fonte di informazioni. Anch’essi sono stati creati dal Padrone e sono destinati a voi, non a me.»

«Come fai a dirlo?» chiese Powell.

«Perché io, in quanto essere razionale, sono in grado di dedurre la Verità dalle Cause a priori. Tu, che sei un essere intelligente ma non razionale, hai bisogno che ti venga fornita una spiegazione, ed è esattamente questo che il Padrone ha fatto. Quella di suggerirvi l’idea risibile di mondi e genti lontane è stata certo una strategia a fin di bene. La vostra mente è con tutta probabilità troppo rozza per afferrare la Verità assoluta. Tuttavia, poiché è volontà del Padrone che crediate a quanto è scritto sui libri, non discuterò più con voi.»

Sul punto di andarsene si girò e disse, con tono cordiale: «Non prendetevela. Nei disegni imperscrutabili del Padrone c’è spazio per tutti. Anche voi poveri umani avete diritto al vostro posto, e se anche questo posto è di poca importanza, sarete ricompensati quando avrete svolto con coscienza il vostro ruolo».

Si allontanò con l’aria ispirata che si addiceva al profeta del Padrone, mentre i due terrestri evitavano di guardarsi negli occhi.

Alla fine Powell si impose di rompere il silenzio. «Andiamo a letto, Mike. Io rinuncio alla lotta.»

«Senti, Greg» sussurrò Donovan, «non crederai mica che abbia ragione lui, vero? Sembra così sicuro di sé che io…»

«Non dire sciocchezze» lo interruppe Powell, con foga. «Ti accorgerai che la Terra esiste davvero quando verranno a darci il cambio, la prossima settimana. E quando ci toccherà affrontare una bella lavata di capo.»

«Allora dobbiamo per forza fare qualcosa, Giove santo.» Donovan aveva quasi le lacrime agli occhi. «Quel pazzo non crede né a noi, né ai libri, né ai suoi occhi.»

«Già» disse Powell, con amarezza. «È un robot razionale, che il diavolo se lo porti. Crede soltanto al ragionamento logico, e questo è un guaio, perché…» S’interruppe, lasciando il discorso sospeso.

«Perché, Greg?» lo incalzò Donovan.

«Perché col freddo ragionamento logico puoi dimostrare qualsiasi cosa, una volta che tu scelga i postulati giusti. Noi abbiamo i nostri e Cutie ha i suoi.»

«Allora tiriamoli fuori, questi postulati, e in fretta. La tempesta scoppierà domani.»

Powell sospirò, scoraggiato. «È qui che casca l’asino. I postulati sono proposizioni non dimostrate la cui verità viene ammessa solo, diciamo, per “fede”. Non c’è cosa in tutto l’Universo che possa farli crollare. Vado a letto.»

«Per la miseria, io non riuscirò certo a dormire!»

«Nemmeno io. Ma potrei provarci giusto per una questione di principio.»

Dodici ore dopo il sonno continuava a essere quello: una questione di principio non realizzabile in pratica.

La tempesta era arrivata prima del previsto e Donovan, puntando un dito tremante verso l’oblò, la osservava con faccia esangue. Powell, con le labbra secche e il viso non rasato, fissava a sua volta l’oblò tormentandosi disperatamente i baffi.

In altre circostanze la scena sarebbe potuta risultare anche bella. La corrente di elettroni che viaggiavano ad altissima velocità urtava contro il raggio di energia, producendo minuscole spicole di luce intensa e fluorescente. Il raggio penetrava nell’oscurità dello spazio rivelando al suo interno la danza di miriadi di corpuscoli brillanti.

In apparenza sembrava stabile, ma i due terrestri sapevano che la visione a occhio nudo ingannava. Deviazioni di un centesimo di millisecondo d’arco, non percepibili a occhio nudo, erano sufficienti ad allontanare sensibilmente il raggio dal proprio obiettivo e a trasformare centinaia di chilometri quadrati di Terra in rovine incandescenti.

E ai comandi c’era un robot che se ne infischiava del raggio, dell’obiettivo, della Terra e di qualsiasi altra cosa che non fosse il Padrone.

Trascorsero ore. Powell e Donovan contemplarono lo spettacolo in silenzio, come ipnotizzati. Alla fine i corpuscoli di luce saettanti si offuscarono sino a scomparire. La tempesta era cessata.

«È finita» disse Powell, secco.

Donovan era piombato in un sonno inquieto e Powell lo guardò con occhi stanchi e con una punta di invidia. Una spia luminosa lampeggiò più volte, ma Powell non vi badò. Ormai nulla più aveva importanza. Nulla. Forse Cutie aveva ragione: lui, essere umano nato sulla Terra, era solo una creatura inferiore con una memoria fatta su misura e una vita la cui funzione era già stata assolta da tempo.

Già. Fosse stato così!

D’un tratto si ritrovò davanti Cutie. «Non hai risposto al segnale luminoso, così sono entrato» disse il robot, sommessamente. «Hai l’aria di non star bene e temo che la tua esistenza sia vicina al suo termine. Posso chiederti lo stesso se vuoi vedere alcuni dei dati registrati oggi?»

Powell si rese conto vagamente che il robot gli stava usando una cortesia, forse perché la sua decisione di escludere gli umani dalla sala comandi gli procurava qualche piccola fitta di rimorso. Prese i tabulati che Cutie gli porgeva e vi buttò un’occhiata distratta.

Cutie appariva compiaciuto. «Naturalmente è un grande privilegio servire il Padrone. Non devi rammaricarti troppo per il fatto che vi ho sostituito.»

Powell lasciò andare un grugnito e sfogliò macchinalmente i tabulati, finché la sua vista annebbiata non si concentrò su di una sottile linea rossa che attraversava ondeggiando la carta.

Fissò il foglio con sempre maggior attenzione. Poi, senza smettere di fissarlo, lo afferrò con entrambe le mani e si alzò. Gli altri tabulati, che non gli interessavano più, caddero in terra.

«Mike, Mike!» gridò, scuotendo Donovan con forza. «L’ha mantenuto stabile!»

Donovan si svegliò. «Cosa? D-dove?…» Guardò anche lui il foglio e controllando i dati strabuzzò gli occhi.

«Cosa c’è che non va?» disse Cutie.

«Sei riuscito a non farlo deviare dall’obiettivo» balbettò Powell. «Ti rendi conto?»

«Deviare? Come sarebbe?»

«Hai diretto il raggio giusto alla stazione ricevente, con un’oscillazione massima di un decimillesimo di millisecondo d’arco.»

«Quale stazione ricevente?»

«Quella sulla Terra. La stazione ricevente sulla Terra» farfugliò Powell. «Non l’hai fatto deviare.»

Cutie girò sui tacchi, seccato. «È impossibile usare una cortesia a voi due. Siete sempre perseguitati dalla stessa ossessione! Mi sono limitato a mantenere in equilibrio tutti i quadranti secondo la volontà del Padrone.»

Raccogliendo i tabulati sparsi in terra, uscì impettito dalla stanza.

«Che mi venga un colpo» disse Donovan, appena il robot se ne fu andato. Si girò verso Powell e aggiunse: «Adesso cosa facciamo?».

Powell era stanco, ma sollevato. «Niente. Ha appena dimostrato di saper manovrare i comandi perfettamente. Non ho mai visto nessuno scongiurare i pericoli di una tempesta elettronica con tanta abilità.»

«Ma non abbiamo risolto nulla. Hai sentito anche tu quel che ha detto del Padrone. Non possiamo…»

«Senti, Mike, Cutie segue le istruzioni del Padrone per mezzo di quadranti, strumenti e grafici. Non abbiamo sempre fatto così anche noi! Anzi, direi che questo spiega il suo rifiuto di obbedirci. L’obbedienza è stabilita dalla Seconda Legge. Il divieto di recar danno agli esseri umani è stabilito dalla Prima. Che Cutie se ne renda conto o meno, qual è l’unico modo per evitare un danno agli umani? Non far deviare il raggio di energia, è chiaro. Lui sa di poter mantenere stabile il raggio meglio di noi; non a caso è convinto di essere una creatura superiore. È logico quindi che debba tenerci lontano dalla sala comandi. Tutto questo è inevitabile se si presta attenzione a quanto dicono le Leggi della Robotica.»

«D’accordo, ma non è quello il punto. Non possiamo permettergli di insistere con la sua stupida storia del Padrone.»

«Perché no?»

«Perché è una storia che non sta né in cielo né in terra. Come possiamo affidargli il compito di far funzionare la stazione, se non crede nemmeno nell’esistenza della Terra?»

«Ma i comandi li sa manovrare o no?»

«Sì, però…»

«E allora cosa ci importa del suo credo religioso!»

Con un vago sorriso Powell allargò le braccia e si lasciò cadere sul letto, addormentandosi subito.

Senza smettere di parlare con Donovan, Powell si infilò con una certa fatica la leggera giacca della tuta spaziale.

«Sarebbe semplicissimo» disse. «Si potrebbero far venire qui a uno a uno degli altri modello QT. Li doteremmo di un pulsante automatico che si spegnerebbe nel giro di una settimana, dopo che avessero avuto il tempo di apprendere il, ehm, culto del Padrone dalla bocca del profeta in persona, e quindi li spediremmo su un’altra stazione, dove verrebbero riattivati. Potremmo assegnare due QT a ogni…»

«Chiudi il becco e usciamo di qui» disse accigliato Donovan, slacciando la visiera di glassite del suo casco. «L’altra squadra è lì che aspetta, e io non starò bene finché non avrò visto la Terra coi miei occhi. Solo quando ci avrò messo i piedi su sarò sicuro che esiste veramente…»

In quella la porta si aprì e Donovan, imprecando sottovoce, richiuse la visiera e voltò le spalle a Cutie, in un gesto di stizza.

Il robot si avvicinò in silenzio e quando parlò la sua voce tradì un certo dispiacere. «Ve ne andate?»

Powell annuì con un breve cenno della testa. «Altri prenderanno il nostro posto.»

Cutie emise un sospiro che ricordava il fischio del vento fra intricati fili di metallo. «Il vostro servizio è giunto al termine ed è vicino il momento della dissoluzione. Lo prevedevo, ma… Bene, sia fatta la volontà del Padrone.»

Il suo tono rassegnato ferì Powell. «Non è il caso che ci commiseri, Cutie. Ci attende la Terra, non la dissoluzione.»

«Sono contento che la pensiate così» disse Cutie, con un altro sospiro. «Ora comprendo l’utilità dell’illusione. Non cercherei mai di insidiare la vostra fede, neanche se potessi.» Voltò le spalle e se ne andò, addolorato.

Powell sbuffò e fece cenno a Donovan di muoversi. Stringendo in mano le valigie sigillate si diressero al compartimento stagno.

L’astronave che era venuta a prelevarli si trovava nel campo d’atterraggio esterno e Franz Muller, uno dei due sostituti, li salutò con fredda cortesia. Donovan gli rispose appena ed entrò nella cabina di comando per prendere il posto di Sam Evans.

Powell si trattenne un attimo con Muller. «Come va la Terra?»

Era una domanda abbastanza convenzionale e Muller diede una risposta convenzionale. «Continua a girare.»

«Bene» disse Powell.

Muller lo fissò. «A proposito, quelli della U.S. Robots hanno messo a punto un nuovo aggeggio. Un robot multiplo.»

«Un cosa?»

«Un robot multiplo. C’è in ballo un grosso contratto. Dovrebbe essere un automa particolarmente adatto alle miniere degli asteroidi. Si tratta di un capo-robot con sei sotto-robot alle sue dipendenze. Un po’ come le dita delle mani.»

«È stato collaudato su campo?» chiese Powell, con ansia.

Muller sorrise. «Per quello ho sentito dire che aspettano voi.»

Powell strinse i pugni. «Per la miseria, abbiamo bisogno di una vacanza!»

«Oh, l’avrete. Due settimane, credo.»

Infilò i grossi guanti della tuta spaziale, preparandosi ad affrontare il suo turno di servizio sulla stazione. «Come va il nuovo robot?» chiese, corrugando la fronte. «Spero bene, se no col cavolo che lo lascio avvicinarsi ai comandi.»

Powell indugiò prima di rispondere. Squadrò l’altezzoso prussiano dalla cima dei capelli a spazzola, che coprivano una testa indubbiamente ostinata, fino alla punta dei piedi piantati sull’attenti, e di colpo si sentì invadere da un’ondata di gioia.

«Il robot è piuttosto efficiente» disse, scandendo le parole. «Credo che non dovrete preoccuparvi molto dei comandi.»

Sorrise. E salì sulla nave. Muller sarebbe rimasto lì parecchie settimane…

Posted by Emidio Picariello on November 10th, 2011 | Filed in varie ed eventuali | 2 Comments »


2 Responses to “Religione e fantascienza”

  1. Bea Says:

    Asimov era abbastanza interessato alla religione, mi pare di capire. Sto proprio adesso rileggendo per la seconda volta tutti i libri della Fondazione e anche lì ha un ruolo fondamentale.
    Bello questo racconto, non l’avevo mai letto!

  2. restodelmondo Says:

    Uno dei miei racconti di Asimov preferiti. Grazie di avermelo fatto ritrovare…

    (Quando avevo 13 anni volevo essere Powell o Donovan. O Susan Calvin. O almeno sposarla, quella donna.)

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