Changes

Sono a Changes ad Acquapendente. Mi hanno chiesto un pezzo sul mio cambiamento da recitare nel bellissimo Teatro Boni. Ho scritto questo e lo condivido anche con voi. Prima che mi scanniate, è una metafora, ok?

Guardava fuori della finestra, quand’era bambino e si chiedeva che pasta fosse. Pasta molle, gorgonzola, pecorino. Si chiedeva se l’odore, nello spazio fosse intollerabile. Di giorno ci pensava meno, c’era il sole, il sole lo distraeva. Poi un giorno, ma era piccolo, davvero piccolo e sapeva appena parlare, un giorno lo chiese alla madre, gli chiese mamma, mamma, ma la luna di che formaggio è fatta? Non lo so, amore, gli rispose la madre. So solo che non beviamo latte, perché la luna è di formaggio. Leggiamo ancora i libri dei saggi per cercare di capire se ci sarà un giorno rivelato di che formaggio si tratta, per ora devi ubbidire.
Poi bussavano anche alla mia porta e io che avevo pochi anni più dei suoi ascoltavo mia madre dire alla sua che no, che lei non ci credeva a questa cosa, che la luna non è fatta di formaggio. E lui pensava nella sua testa, poveri, non credono al formaggio. Come sono fortunato io che ho la verità, che credo nel formaggio, che so che la luna è fatta di formaggio.
Un giorno mentre giocavamo nello stesso giardino, ormai era un poco più grande, mi chiese com’era il formaggio, che sapore avesse. Così, me lo chiese senza pensarci troppo, o almeno, voleva che sembrasse, ma si vedeva che la domanda lo logorava e che ci aveva pensato tanto. Si vedeva che si sentiva in colpa anche a chiederlo. Lui e la sua comunità accettavano il fatto che la luna è di formaggio e lo spiegavano agli altri. Il formaggio non si può mangiare. Non c’era spazio per il dubbio.
Fui cattivo come solo i bambini sanno essere. Gli dissi che il formaggio era la cosa più buona del mondo e quando mi rispose che ne era fatta la luna e quindi non si poteva mangiare gli dissi che lui e le sue idee erano ridicole. Divento sempre fastidioso quando sono certo di avere ragione. Ma, diamine, quale sciroccato poteva credere il contrario?
Mi ricordo quella faccia, la faccia che fece. Le lacrime di rabbia gli riempirono gli occhi. Ma prima di scoppiare a piangere mi gridò in faccia che  ero cattivo, che non sapevo niente e che la sua mamma, il suo papà, gli avevano detto la verità. Poi si girò e scappò già, ma lo sentii singhiozzare, mentre correva via.
Poi diventò più grande. Ma non era cambiato niente, fra lui e il formaggio. Si divideva fra la scuola e la predicazione dei latticini. E ogni anno che passava, facevamo scuole diverse io lo incrociavo più raramente, ogni anno che passava lui diventava più fervente nelle sue convinzioni. Una volta, io mi ero diplomato da poco, lui poteva essere in quarta, o in quinta, mi ricordo che mi venne a trovare. Mentre parlava io pensavo che tutta questa cosa, tutta questa scena che lui faceva, tutto questo fervore emozionato, doveva essere un modo per sopprimere i dubbi che uno come lui non poteva non avere. Davvero credeva al formaggio? Davvero credeva, voglio dire, che ne fosse fatta la luna? Mi disse: tu sei una persona intelligente, fra dieci anni al massimo crederai anche tu nel formaggio. Di getto e senza pensare gli risposi che io credevo il contrario, che fra dieci anni al massimo sarebbe stato lui a non crederci più, per lo stesso motivo.
Poi conobbe una ragazza. Aveva le sue stesse credenze, ma lei, ogni tanto, lei ogni tanto mangiava una fetta di emmental, nel panino. Non lo diceva a nessuno, forse i genitori lo sapevano, ma lasciavano correre. Per lui era un mondo nuovo e diverso, quello in cui si poteva credere per una volta almeno di far finta che le regole non esistano. Era lacerato da quei bocconi che ogni tanto lei, complice gli passava, e dal senso di colpa che gli provocavano. E ogni volta che sentiva il sapore del latticino in bocca si chiedeva se davvero avesse senso tutto questo affannarsi, tutto questo credere su prove che, più passava il tempo e più gli sembravano deboli, artefatte, inutili allo scopo.
Lo scopo, il suo scopo era solo quello di qualunque bambino. Voleva solo piacere a mamma e papà. E continuava a non riuscirci, anche adesso che era grande. Qualunque cosa facesse, continuava a non riuscirci. E ce l’aveva scritto negli occhi. Anzi, ce l’aveva scritto nell’impegno che profondeva per nascondere tutti i suoi dubbi.
Poi l’ho perso di vista. Per qualche anno non ho avuto più sue notizie. Ma immagino che abbia continuato a saggiare di nascosto i latticini, pensando ogni volta che forse quelle sue stupide regole, non erano quelle che rendevano il mondo un posto migliore. Quando ci siamo incontrati di nuovo non stava predicando.
Aveva negli occhi la vertigine dello smarrimento di chi non ha un solo punto fermo nella vita. Per tutta la vita era stato convinto che la luna fosse di formaggio, a dispetto di tutto il mondo. Poi si era stancato di difendere posizioni impossibili e adesso aveva, di colpo, accettato il fatto che il mondo non era per niente come glielo avevano descritto. Aveva accettato il fatto di avere buttato via anni della sua vita a guardare una luna sbagliata.
Mi ha detto solo avevi ragione. Poi mi ha spiegato: si dice che nella vita non si possa cambiare mai madre, religione o squadra di calcio. Io ho cambiato squadra di calcio quando avevo cinque anni, adesso ho cambiato religione e mia madre cambierebbe suo figlio, per questo.

Posted by Emidio Picariello on July 15th, 2011 | Filed in amici di famiglia, libro, varie ed eventuali | 3 Comments »


3 Responses to “Changes”

  1. Lidia Says:

    “Aveva negli occhi la vertigine dello smarrimento di chi non ha un solo punto fermo nella vita…adesso ho cambiato religione e mia madre cambierebbe suo figlio, per questo.”…..

  2. Lidia Says:

    “Aveva negli occhi la vertigine dello smarrimento di chi non ha un solo punto fermo nella vita…adesso ho cambiato religione e mia madre cambierebbe suo figlio, per questo.”…..
    ecco…mi ci ritrovo in pieno.
    Cmq…mi piace come metafora. Grande come sempre.

  3. Maria P Says:

    Oh mio dio .. chissa quante Lune ho mangiato :))

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