Bussy driver

Ieri sono andato a comprare le frittelle di carnevale. Non so se dai voi si fanno, ma qui c’è una pasticceria che ne fa al riso, di meravigliose. Soprattutto perché poi le riempie di crema. Comunque dato che sono abbonato al bus – lo prendo tutte le mattine alle 6:50 e poi di nuovo la sera, per tornare dal lavoro, quando fa freddo e non ho voglia di farmela a piedi – sono andato con il bus a prendere le frittele, per avere qualcosa di dolce, per pranzo.

Pur essendo di carnevale, e i Testimoni di Geova non festeggiano il carnevale, dato che le fanno per un periodo lungo di solito le mangiavo anche quando ancora un po’ frequentavo. Comunque il punto è che l’autista del bus del ritorno è un testimone di Geova. Non uno di quelli con i quali ero in particolare amicizia, ma qualche volta sono stato a cena a casa loro, veramente del padre, prima che lui si sposasse.

Il punto è che lui mi rivolge la parola solo se io gli faccio qualche domanda sulla linea. Soprattutto all’inizio, quando non ricordavo bene tutte le fermate e gli chiedevo qualcosa, lui mi rispondeva educatamente. Ma senza mai dirmi “buongiorno”, “ciao” o “buonasera”. Ora, io non sono uno socievole, soprattutto prima delle sette del mattino. Di solito ho gli auricolari in modo da poter lasciare le chiacchiere di bus e treno fuori dalla mia testa. Però un cenno di saluto alle persone che vedo tutti i giorni e che condividono con me l’alzataccia per andare a lavorare di solito lo faccio. Lui non mi risponde. La sua religione glielo impedisce. Però il suo lavoro lo costringe a dirmi se è quello il bus che ferma alla stazione. Così si crea una situazione paradossale per la quale mi dice delle cose ma non mi saluta.

Ma la cosa di cui mi sono reso conto io, invece è che mi faccio un problema, quando prendo il suo bus e questo mi ha fatto un po’ sorridere di me stesso. Pensavo di averlo superato, invece evidentemente non è così. Ieri sono salito e come al solito non ho timbrato il biglietto. Perché ho l’abbonamento, abbiamo detto. Poi però ho pensato “ecco, ora lui penserà che io sono un disassociato e faccio il portoghese sul bus”. Poi ho pensato “mi vede spessissimo, avrà capito che ho l’abbonamento”. E così non mi sono messo a sedere per non occupare un posto e non trovarmi nell’imbarazzo di dovermi alzare fosse salita qualche vecchietta – non sapete come sono permalose, ma questa è un’altra storia.

Insomma ero sul bus, con il mio pacchetto di frittelle di riso alla crema chantilly e mi preoccupavo di cosa un testimone di Geova pensasse di me. Poi sono tornato in  me, per fortuna. Se ha dubbi sul mio biglietto, può chiedermelo. Se cedere o meno il posto è una decisione mia. Però è tremendo questo riflesso condizionato, questa necessità di sapere sempre e comunque che cosa i tuoi fratelli pensano di te. E mi sono ricordato di come funziona, di come fa questa religione a tenersi in piedi. Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, lo sei.

PS. non sono sicuro, “bussy” potrebbe essere una parolaccia, anche abbastanza offensiva. In questo contesto non significa niente se non un gioco di parole con il film “Taxi driver”. Poi se significa “stronzo” allora ci ho preso alla grande.

Posted by Emidio Picariello on January 30th, 2011 | Filed in credenze, varie ed eventuali | 1 Comment »


One Response to “Bussy driver”

  1. Melina Says:

    penso che tu sia ancora sotto l’effetto nocivo e nefasto dei sensi di colpa!
    LIBERATENE E SIEDITI SU QUEL BENEDETTO SEDILE VUOTO!!!! :-)))

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