Non facciamone un dramma

Una volta ho fatto un dramma. I testimoni di Geova hanno questa cosa che traducono dall’inglese – che è la lingua originale – in modo un po’ troppo puntuale. Il dramma è una cosa che si fa alle assemblee di distretto. Alcuni mesi prima dalla Betel di Roma arriva l’assegnazione del dramma ad un anziano particolarmente spirituale.

Una volta i drammi erano due e gli anziani registi due. Poi diventarono uno, con l’accorciarsi delle assemblee. L’anziano al quale era affidata la regia del dramma era quasi sempre lo stesso e aveva quasi sempre lo stesso gruppo di attori con sé. Alcuni di questi erano anche bravini, altri invece dei veri e propri cani. L’unico criterio per valutarli era sempre e comunque la spiritualità e non la loro reale capacità di recitazione.

La mia famiglia ha recitato in drammi di diversi anni. Io invece ne ho fatto uno soltanto. Recitavo la parte di un bambino un po’ maleducato che correva in sala del Regno sbattendo contro le vecchiette e fratello di una ragazza un po’ indisciplinata – interpretata da mia sorella carnale, appunto.

La cosa che rende recitare in un dramma al contempo complicato e semplice e che si recita in pantomima sul registrato. Il che vuol dire che l’unica cosa che non puoi sbagliare sono i tempi. Per il resto, se ti scordi una battuta, basta che dici “un due tre quattro cinque” tanto a parlare è il nastro.

Quest’estate mia madre ha chiamato mia sorella per dirle che era importante che andasse all’assemblea perché c’era un programma speciale che riguardava i disassociati. Facendo una ricerca su YouTube per le parole “dramma” e “geova” ho trovato il dramma del 2009 di cui parlava mia madre.

Eccolo, spezzato in sei parti: 1, 2, 3, 4, 5, 6

Dato che dura quasi un’ora l’ho visto per voi, e vi faccio una rapida sintesi, anche perché è un testo che mette una pietra tombale sui dubbi di chi crede che io abbia esagerato certe cose.

La famiglia protagonista è composta da madre, padre e due figli. Uno di questi due, Daniele, smette di lavorare nella ditta del padre per andare a lavorare nell’azienda informatica in cui lavora Alex, un fratello poco spirituale, suo amico dall’infanzia. Luca, il fratello carnale, gli chiede che cosa ci trova in quel “branco di ragazzi del mondo” e lui dice che lui e Alex hanno dei progetti.

Nel nuovo ufficio conosce Martina e fra i due nasce del tenero. Alex vuole creare videogiochi e arricchirsi in questo modo e quando Daniele gli mostra qualche perplessità Alex ha il coraggio di dire addirittura: “sta a noi fare di questo mondo un posto migliore”. Wow, che cattiva compagnia! Comunque decidono di trasferirsi in città – scena madre con la mamma di Daniele che dice “non farlo” o “Gianni, mi sento morire”, rivolta al marito e Daniele che se ne va di spalle.

Lì le cose vanno male, chiede dei soldi al padre dopo avere sperperato quelli che lui gli aveva messo da parte per fargli fare il pioniere, ma il padre risponde che può tornare a casa quando vuole, se vuole e sarà accolto a braccia aperte. Una sera Alex, mezzo ubriaco, mentre vanno ad un concerto con Martina e un’amica, va a sbattere e dice alla polizia che guidava Daniele. Anche Martina non prende le difese di Daniele e lui si rende conto che gli amici del mondo sono falsi, e invece quelli nella verità sono felici. Prega Geova di perdonarlo e di accoglierlo di nuovo sotto la sua protezione. I poliziotti, appurato che non guidava lui, lo rimandano a casa e lui chiama il padre che lo accoglie a braccia aperte.

Lui si fa fare il comitato giudiziario per le cose che ha fatto e “accetta la disciplina”. Luca, il fratello carnale bravo di Daniele, ci rimane un po’ male per tutte queste attenzioni e il di loro padre gli dice che deve capire che suo fratello “era morto e ora è tornato alla vita”. Proprio così.

E’ questo il bello dei testimoni di Geova. Che non c’è bisogno di inventare niente, per screditarli. Basta andare a trovare i materiali originali e il dramma è servito.

Posted by Emidio Picariello on March 5th, 2010 | Filed in credenze, storia | 4 Comments »


4 Responses to “Non facciamone un dramma”

  1. ilaoro Says:

    ..più leggo questo blog più penso che dissociandoti sei tornato alla vita…se non l’avessi fatto quello si che sarebbe stato un vero dramma…..ma veramente si sentono liberi nella loro verità??

  2. ponga Says:

    Ho le lacrime agli occhi…sigh, sigh…Mi sono ricordata che un sorvegliante di circoscrizione che non conosco, qualche anno dopo che avevo smesso di frequentare i TdG, era in macchina con un anziano che invece conoscevo e, vedendomi camminare a piedi, fece fare all’anziano inversione a u per darmi un passaggio (atto di amore cristiano, credo). Pagai il passaggio raccontando che ero diventata atea e la religione non mi interessava, nè in generale nè in particolare, lui mi rispose con tono comprensivo che questa era la mia famiglia e qui sarei tornata. Con discrezione, feci corna.

  3. UglyPostcards Says:

    quello che non ho capito è se tua sorella ci è andata, a quel dramma….ed eventualmente come ha reagito…. 😀

  4. ponga Says:

    @ UglyPostcards:
    Non ci sono andata. In verità, le assemblee sono state sempre molto divertenti e piacevoli per me, forse perchè rappresentavano soprattutto un’occasione sociale. Anche partecipare ai drammi era molto divertente, me ne ricordo un paio allo Stadio Franchi di Firenze. In uno facevo la parte di una quattordicenne del mondo che invitava un compagno testimone ad appartarsi con lei in un’aula vuota…Il testimone stoicamente resisteva e si guadagnava le lodi della famiglia e, alla fine, l’ammirazione della compagna tentatrice che, colpita dalla sua dirittura morale, mostrava pure interesse per la Verità e iniziava a studiare la bibbia (ma non col giovine oggetto del di lei desiderio, ovviamente, con un’altra femmina!)

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